Stando santo Francesco una volta in orazione nel luogo della Porziuncola, vide per divina revelazione tutto il luogo attorniato e assediato dalli demoni a modo che di grande esercito; ma nessuno loro potea entrare dentro nel luogo, imperò che questi frati erano di tanta santità, che li demonii non aveano a cui entrare dentro. Ma perseverando così, un di uno di que' frati si scandalezzò con un altro e pensava nel cuor suo come lo potesse accusare e vendicarsi di lui. Per la qual cosa, istando costui in questo mal pensiero, il demonio, avendo l'entrata aperta entrò nel luogo, e ponsi in sul collo di quello frate. Veggendo ciò io pietoso e sollecito pastore, lo quale vegghiava sempre sopra le sue greggie, che il lupo si era entrato a divorare la pecorella sua, fece subitamente chiamare a sé quel frate, e comandògli che di presente e' dovesse iscoprire lo veleno dell'odio conceputo contro al prossimo, per lo quale egli era nelle mani del nimico. Di che colui impaurito, che si vedea compreso dal padre santo, si scoperse ogni veleno e rancore e riconobbe la colpa sua, e domandonne umilmente la penitenza con misericordia. E fatto ciò, assoluto che fu dal peccato e ricevuto la penitenza, subito dinanzi a santo Francesco il demonio si partì, e 'l frate così liberato delle mani della bestia crudele, per la bontà del buono pastore, sì ringraziò Iddio, e ritornando corretto e ammaestrato alla gregge del santo pastore, esso vivette poi in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Ventiquattresimo.
Come santo Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la meretrice che lo richiese di peccato.
Santo Francesco istigato dallo zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di Babilonia. E giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de' cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui, imperò che nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l'udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a' compagni ch'eglino potessono predicare dovunque e' piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona.
Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò quelli suoi eletti compagni a due a due in diverse partì di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada, alla quale giugnendo entrò in uno albergo per posarsi. Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma sozza dell'anima, la quale femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato. E dicendole santo Francesco: "Io accetto, andiamo a letto"; ed ella lo menava in camera. E disse santo Francesco: "Vieni con meco, io ti menerò a uno letto bellissimo". E menolla a uno grandissimo fuoco che si facea in quella casa; e in fervore di spirito si spoglia ignudo, e gittasi allato a questo fuoco in su lo spazzo affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacersi con lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così santo Francesco per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta nel cuor suo, non solamente sì si penté del peccato e della mala intenzione, ma eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e diventò di tanta santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade.
Alla perfine, veggendosi santo Francesco non potere fare più frutto in quelle contrade, per divina revelazione sì dispuose con tutti li suoi compagni di ritornare tra i fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da lui. E allora gli disse il Soldano: "Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora: imperò che, se costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me con tutti li tuoi compagni, e conciò sia cosa che tu possa ancora fare molto bene, e io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte tua e la mia; ma insegnami com'io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m'imponi". Disse allora santo Francesco: "Signore, io mi parto ora da voi, ma poi ch'io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de' miei frati da' quali tu riceverai il santo battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m'ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo ti sciogli d'ogni impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di Dio, ti muovi apparecchiato a fede e divozione". E così promise di fare e fece.
Fatto questo, santo Francesco torna con quello venerabile collegio de' suoi compagni santi; e dopo alquanti anni santo Francesco per morte corporale rendé l'anima a Dio. E 'l Soldano infermando si aspetta la promessa di santo Francesco, e fa istare guardie a certi passi, e comanda che se due frati v'apparissono in abito di santo Francesco, di subito fussino menati a lui. In quel tempo apparve santo Francesco a due frati e comandò loro che sanza indugio andassono al Soldano e procurino la sua salute, secondo che gli avea promesso. Li quali frati subito si mossono, e passando il mare, dalle dette guardie furono menati al Soldano. E, veggendoli, il Soldano ebbe grandissima allegrezza e disse: "Ora so io veramente che Iddio ha mandato a me li servi suoi per la mia salute, secondo la promessa che mi fece santo Francesco per revelazione divina". Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo e 'l santo battesimo dalli detti frati, così ringenerato in Cristo sì morì in quella infermità e fu salva l'anima sua per meriti e per orazioni di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Venticinquesimo.
Come santo Francesco miracolosamente sanò il lebbroso dell'anima e del corpo, e quel che l'anima gli disse andando in cielo.
Il vero discepolo di Cristo messer santo Francesco, vivendo in questa miserabile vita, con tutto il suo isforzo s'ingegnava di seguitare Cristo perfetto maestro: onde addivenia ispesse volte per divina operazione, che a cui egli sanava il corpo, Iddio gli sanava l'anima a una medesima ora, siccome si legge di Cristo. E però ch'egli non solamente servia alli lebbrosi volentieri, ma oltre a questo avea ordinato che li frati del suo Ordine, andando o stando per lo mondo, servissono alli lebbrosi per lo amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato lebbroso; addivenne una volta, in uno luogo presso a quello dove dimorava allora santo Francesco, li frati servivano in uno ispedale a' lebbrosi infermi: nel quale era uno lebbroso sì impaziente e sì incomportabile e protervo, ch'ogni uno credeva di certo e così era, che fusse invasato del dimonio, imperò ch'egli isvillaneggiava di parole e di battiture sì sconciamente chiunque lo serviva, e, ch'è peggio, ch'egli vituperosamente bestemmiava Cristo benedetto e la sua santissima madre Vergine Maria, che per nessuno modo si trovava chi lo potesse o volesse servire. E avvegna che le ingiurie e villanie proprie i frati studiassono di portare pazientemente per accrescere il merito della pazienza; nientedimeno quelle di Cristo e della sua Madre non potendo sostenere le coscienze loro, al tutto diterminarono d'abbandonare il detto lebbroso: ma non lo vollono fare insino a tanto ch'eglino il significarono ordinatamente a santo Francesco, il quale dimorava allora in uno luogo quivi presso.
E significato che gliel'ebbono, e santo Francesco se ne viene a questo lebbroso perverso; e giugnendo a lui, sì lo saluta dicendo: "Iddio ti dia pace, fratello mio carissimo". Risponde il lebbroso: "Che pace posso io avere da Dio, che m'ha tolto pace e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e putente?". E santo Francesco disse: "Figliuolo, abbi pazienza, imperò che le infermità de' corpi ci sono date da Dio in questo mondo per salute dell'anima, però ch'elle sono di grande merito, quand'elle sono portate pazientemente". Risponde lo infermo: "E come poss'io portare pazientemente la pena continova che m'affligge il di e la notte? E non solamente io sono afflitto dalla infermità mia, ma peggio mi fanno i frati che tu mi desti perché mi servissono, e non mi servono come debbono". Allora santo Francesco, conoscendo per rivelazione che questo lebbroso era posseduto da maligno spirito, andò e posesi in orazione e pregò Iddio divotamente per lui.
E fatta l'orazione, ritorna a lui e dice così:
"Figliuolo, io ti voglio servire io, da poi che tu non ti contenti degli altri". "Piacemi, dice lo 'nfermo: ma che mi potrai tu fare più che gli altri?" Risponde santo Francesco: "Ciò che tu vorrai, io farò". Dice il lebbroso: "Io voglio che tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto si fortemente' ch'io medesimo non mi posso patire". Allora santo Francesco di subito fece iscaldare dell'acqua con molte erbe odorifere, poi sì spoglia costui e comincia a lavarlo colle sue mani, e un altro frate metteva su l'acqua. E per divino miracolo, dove santo Francesco toccava con le sue mani, si partiva la lebbra e rimaneva la carne perfettamente sanata. E come s'incominciò la carne a sanicare, così s'incominciò a sanicare l'anima: onde veggendosi il lebbroso cominciare a guarire, cominciò ad avere grande compunzione e pentimento de' suoi peccati, e cominciò a piagnere amarissimamente; sicché mentre che 'l corpo si mondava di fuori della lebbra per lo lavamento dell'acqua, l'anima si mondava dentro del peccato per contrizione e per le lagrime.
Ed essendo compiutamente sanato quanto al corpo e quanto all'anima, umilmente si rendette in colpa e dicea piagnendo ad alta voce: "Guai a me, ch'io sono degno dello inferno per le villanie e ingiurie ch'io ho fatte e dette a' frati, e per la impazienza e bestemmie ch'io ho avute contro a Dio". Onde per quindici dì perseverò in amaro pianto de' suoi peccati e in chiedere misericordia a Dio, confessandosi al prete interamente. E santo Francesco veggendo così espresso miracolo, il quale Iddio avea adoperato per le sue mani, ringraziò Iddio e partissi indi, andando in paesi assai di lunge; imperò che per umiltà volea fuggire ogni gloria e in tutte le sue operazioni solo cercava l'onore e la gloria di Dio e non la propria.
Poi com'a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e dell'anima, dopo quindici dì della sua penitenza, infermò d'altra infermità: e armato delli Sacramenti ecclesiastici sì si morì santamente. E la sua anima, andando in paradiso, apparve in aria a santo Francesco che si stava in una selva in orazione, e dissegli: "Riconoscimi tu?". "Qual se' tu?", disse santo Francesco. "Io sono il lebbroso il quale Cristo benedetto sanò per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita eterna; di che io rendo grazie a Dio e a te. Benedetta sia l'anima e 'l corpo tuo, e benedette le tue sante parole e operazioni, imperò che per te molte anime si salveranno nel mondo. E sappi che non è dì nel mondo, nel quale li santi Agnoli e gli altri santi non ringrazino Iddio de' santi frutti che tu e l'Ordine tuo fate in diverse partì del mondo; e però confortati e ringrazia Iddio, e sta' con la sua benedizione". E dette queste parole, se n'andò in cielo; e santo Francesco rimase molto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Ventiseiesimo.
Come santo Francesco convertì tre ladroni micidiali e fecionsi frati; e della nobilissima visione che vide l'uno di loro, il quale fu santissimo frate.
Santo Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a Santo Sipolcro e passando per uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e delicato e dissegli: "Padre, io vorrei molto volentieri essere de' vostri frati". Risponde santo Francesco: "Figliuolo tu se' giovane e delicato e nobile; forse tu non potresti sostenere la povertà e l'asprezza nostra". Ed egli disse: "Padre, non siete voi uomini com'io? Dunque come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo". Piacque molto a santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente lo ricevette all'Ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così graziosamente, che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto di Monte Casale.
In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada, li quali vennono un dì al detto luogo de' frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano che desse loro da mangiare. E 'l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendoli aspramente: "Voi, ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni che la terra vi sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più". Di che coloro turbati, partirono con grande sdegno.
Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino ch'egli e 'l compagno aveano accattato, e recitandogli il guardiano com'egli avea cacciato coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s'era portato crudelmente, "impero ch'elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni; onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo promesso d'osservare, dice che non è bisogno a' sani il medico ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori a penitenze, e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza, che immantanente tu sì prenda questa tasca del pane ch'io ho accattato e questo vasello del vino, e va' loro dietro sollecitamente per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane e questo vino per mia parte; e poi t'inginocchia loro dinanzi e di' loro umilmente tua colpa della crudeltà tua, e poi li priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e s'egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro bisogni e di dare loro continuamente e da mangiare e da bere. E quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilmente." Mentre che il detto guardiano andò a fare il comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio ch'ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza.
Giugne loro l'ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e 'l vino, e fa e dice ciò che santo Francesco gli ha imposto. E, come piacque a Dio, mangiando que' ladroni la limosina di santo Francesco, cominciarono a dire insieme: "Guai a noi miseri isventurati! E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né timore di Dio. Ed ecco questo frate santo, ch'è venuto a noi per parecchie parole che ci disse giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre. Veramente questi si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso di Dio, e noi siamo figliuoli della eternale perdizione, li quali meritiamo le pene dello inferno, e ogni indì accresciamo alla nostra perdizione, e non sappiamo se de' peccati che abbiamo fatti insino qui noi potremo tornare alla misericordia di Dio". Queste e somiglianti parole dicendo l'uno di loro, dissono gli altri due: "Per certo tu di' il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?". "Andiamo, disse costui, a santo Francesco, e s'egli ci dà speranza che noi possiamo tornare a misericordia di Dio de' nostri peccati, facciamo ciò ch'e' ci comanda, e possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno."
Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati se ne vengono in fretta a santo Francesco e dicongli: "Padre, noi per molti iscellerati peccati che noi abbiamo fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia di Dio; ma se tu hai nessuna isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati a fare ciò che tu ci dirai e di fare penitenza teco". Allora santo Francesco ricevendoli caritativamente e con benignità, sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi della misericordia di Dio, promise loro di certo d'accattarla loro da Dio e mostrando loro la misericordia di Dio essere infinita: "e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la misericordia divina è maggiore ch'e' nostri peccati, secondo il Vangelo, e lo apostolo santo Paulo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare li peccatori. Per quali parole e simiglianti ammaestramenti, li detti tre ladroni renunziarono al dimonio e alle sue opere, e santo Francesco li ricevette all'Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza; e due di loro poco vissono dopo la loro conversione e andaronsi a Paradiso. Ma il terzo sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati, si diede a fare tale penitenza, che per quindici anni continovi, eccetto le quaresime comuni, le quali egli facea con gli altri frati, d'altro tempo sempre tre dì la settimana digiunava in pane e in acqua, e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai non dormia dopo Mattutino.
Fra questo tempo santo Francesco passò di questa misera vita. E avendo dunque costui per molti anni continovato cotale penitenza, ecco ch'una notte dopo 'l Mattutino, gli venne tanta tentazione di sonno, che per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare come soleva. Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né orare, andossene in sul letto per dormire; e subito com'egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato in ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di là sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch'uscivano fuori de' sassi; di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare. E l'Agnolo che menava questo frate sì lo sospinse e gittollo giù per quella ripa; il quale trabalzando e percotendo di scoglio in iscoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto smembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra, dicea colui che 'l menava: "Lieva su, che ti conviene fare ancora grande viaggio". Rispuose il frate: "Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi per morire della caduta, che m'ha così ispezzato, e dimmi; lieva su!". E l'Agnolo s'accosta a lui e toccandolo gli salda perfettamente tutti li membri e sanalo. E poi gli mostra una grande pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli, e dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre e passare a piedi ignudi infino che giunga al fine, nel quale e' vedea una fornace ardente nella quale gli convenia entrare.
E avendo il frate passato tutta la pianura con grande angoscia e pena, e l'Agnolo gli dice: "Entra in questa fornace, però che così ti conviene fare". Risponde costui: "Oime, quanto sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa angosciosa pianura, e ora per riposo mi di' che io entri in questa fornace ardente". E ragguardando costui, vide intorno alla fornace molti demoni con le forche di ferro in mano, con le quali costui, perché indugiava d'entrare, sospinsono dentro subitamente. Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide uno ch'era stato suo compare, il quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda: "O compare sventurato, e come venisti tu qua?". Ed egli risponde: "Va' un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare, la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione". Andando il frate più oltre, eccoti apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di fuoco; ed egli la domanda: "O comare isventurata e misera, perché venisti tu in così crudele tormento". Ed ella rispuose: "Imperò che al tempo della grande fame, la quale santo Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano e la biada che noi vendevamo nella misura, e però io ardo stretta in questa misura".
E dette queste parole, l'Agnolo che menava il frate sì lo sospinse fuore della fornace, e poi gli disse: "Apparecchiati a fare uno orribile viaggio, il quale tu hai a passare". E costui rammaricandosi dicea: "O durissimo conduttore, il quale non m'hai nessuna compassione, tu vedi ch'io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile?". E allora l'Agnolo il toccò, e fecelo sano e forte; poi il menò ad uno ponte, il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò ch'egli era molto sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza sponde d'allato, e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scarpioni, e gittava uno grandissimo puzzo. E dissegli l'Agnolo: "Passa questo ponte, e al tutto te lo conviene passare" Risponde costui: "E come lo potrò io passare, ch'io non caggia in quello pericoloso fiume?". Dice l'Agnolo: "Vieni dopo me e poni il tuo piè dove tu vedrai ch'io porrò il mio, e così passerai bene" Passa questo frate dietro all'Agnolo, come gli avea insegnato, tanto che giunge a mezzo il ponte; ed essendo così in sul mezzo l'Agnolo si volò via e, partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di là assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov'era volato l'Agnolo, ma rimanendo egli sanza guidatore e riguardando in giù vedea quegli animali tanto terribili istare con li capi fuori dell'acqua e con le bocche aperte, apparecchiati a divorarlo s'e' eadesse; ed era in tanto tremore, che per nessuno modo non sapea che si fare né che si dire, però che non potea tornare addietro né andare innanzi.
Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio che solo in Dio, sì si inchinò e abbracciò il ponte e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che per la sua santissima misericordia il dovesse soccorrere. E fatta l'orazione, gli parve cominciare a mettere ale; di che egli con grande allegrezza aspettava ch'elle crescessono per potere volare di là dal ponte dov'era volato l'Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la grande voglia ch'egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché l'alie non gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le penne gli caddono: di che costui da capo abbraccia il ponte e come prima raccomandasi a Dio. E fatta l'orazione, e anche gli parve di mettere ale; ma come in prima non aspettò ch'elle crescessono perfettamente, onde mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde dal capo in sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa, veggendo che per la fretta ch'egli avea di volare innanzi al tempo cadeva, così incominciò a dire fra se medesimo: "Per certo che se io metto alie la terza volta, ch'io aspetterò tanto ch'elle saranno sì grandi ch'io potrò volare senza ricadere". E stando in questi pensieri, ed egli Si vide la terza volta mettere ali; e aspetta grande tempo, tanto ch'ell'erano bene grandi; e pareali, per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettato bene cento cinquanta anni o più. Alla perfine si lieva questa terza volta, con tutto il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo dov'era volato l'Agnolo.
E bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda: "Chi se' tu che se' venuto qua?". Rispuose: "Io son frate Minore". Dice il portinaio: "Aspettami ch'io sì ci voglio menare santo Francesco a vedere se ti conosce. Andando colui per santo Francesco, e questi comincia a sguardare le mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura pareano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea chiaramente li cori de' santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui istupefatto in questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate Bernardo e frate Egidio, e dopo santo Francesco tanta moltitudine di santi e di sante ch'aveano seguitato la via sua, che quasi pareano innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse al portinaio: "Lascialo entrare, imperò ch'egli è de' miei frati".
E sì tosto come e' vi fu entrato, e' sentì tanta consolazione e tanta dolcezza, che egli dimenticò tutte le tribulazioni ch'avea avute, come mai non fussino state. E allora santo Francesco menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose maravigliose, e poi sì gli disse: "Figliuolo, e' ti conviene ritornare al mondo e starai sette dì, ne' quali tu sì ti apparecchi diligentemente con grande divozione, imperò che dopo li sette dì, io verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo luogo di beati". Ed era santo Francesco ammantato d'uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue cinque stimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e molti altri santi fra' tra loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti Licenziato dunque da santo Francesco, sì si ritornò, benché mal volentieri, a mondo.
Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano a Prima, sicché non era stato in quella se non da Mattutino a Prima benché a lui fusse paruto istare molti anni. E recitando al guardiano suo questa visione per ordine, infra li sette dì si incominciò a febbricitare, e l'ottavo di venne per lui santo Francesco, secondo la promessa, con grandissima moltitudine di gloriosi santi, e menonne l'anima sua al regno de' beati, a vita eterna.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo Ventisettesimo.
Come santo Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi frati; e poi all'uno di loro levò una grande tentazione da dosso.
Giugnendo una volta santo Francesco alla città di Bologna, tutto il popolo della città correa per vederlo; ed era sì grande la calca della gente, che a grande pena potea giugnere alla piazza. Ed essendo tutta la piazza piena d'uomini e di donne e di scolari, e santo Francesco si leva suso nel mezzo del luogo, alto, e comincia a predicare quello che lo Spirito Santo gli toccava. E predicava sì maravigliosamente, che parea piuttosto che predicasse Agnolo che uomo, e pareano le sue parole celestiali a modo che saette acute, le quali trapassavano sì il cuore di coloro che lo udivano, che in quella predica grande moltitudine di uomini e di donne si convertirono a penitenza.
Fra li quali si furono due nobili studianti della Marca d'Ancona; e l'uno avea nome Pellegrino e l'altro Rinieri; i quali due per la detta predica toccati nel cuore dalla divina ispirazione, vennono a santo Francesco, dicendo ch'al tutto voleano abbandonare il mondo ed essere de' suoi frati. Allora santo Francesco, conoscendo per nvelazione che costoro erano mandati da Dio e che nello Ordine doveano tenere santa vita e considerando il loro grande fervore, li ricevette allegramente, dicendo a loro: "Tu, Pellegrino, tieni nell'Ordine la via dell'umiltà; e tu, frate Rinieri, servi a' frati". E così fu: imperò che frate Pellegrino mai non volle andare come chierico, ma come laico, benché fosse molto litterato e grande decretalista; per la quale umiltà pervenne in grande perfezione di virtù, in tanto che frate Bernardo, primogenito di santo Francesco, disse di lui ch'egli era uno de' più perfetti frati di questo mondo. E finalmente il detto frate Pellegrino, pieno di virtù passò di questa vita alla vita beata, con molti miracoli innanzi alla morte e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e fedelmente serviva a' frati, vivendo in grande santità e umiltà; e diventò molto famigliare di san Francesco, e molti secreti gli rivelava santo Francesco. Essendo fatto ministro della Marca d'Ancona, ressela grande tempo in grandissima pace e discrezione.
Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima tentazione nell'anima sua; di che egli tribolato e angosciato, fortemente s'affligea con digiuni, con discipline e con lagrime e orazioni il dì e la notte, e non potea però cacciare quella tentazione; ma ispesse volte era in grande disperazione, imperò che per essa si riputava abbandonato da Dio. Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio si determinò d'andare a santo Francesco, pensando così: Se santo Francesco mi mostrerà buono viso, e mostrerammi famigliarità, sì come si suole, io credo che Iddio m'averà ancor pietà, ma se non, sarà segnale ch'io sarò abbandonato da Dio". Muovesi adunque costui e va a santo Francesco.
Il quale in quel tempo era nel pelagio del vescovo d'Ascesi, gravemente infermo; e Iddio gli rivelò tutto il modo della tentazione e della disperazione del detto frate Rinieri e 'l suo proponimento e 'l suo venire. E immantanente santo Francesco chiama frate Lione e frate Masseo, e dice loro: "Andate tosto incontro al mio figliuolo carissimo frate Rinieri, e abbracciatelo da mia parte, e salutatelo e ditegli che tra tutti i frati che sono nel mondo io amo lui singolarmente". Vanno costoro e trovano per la via frate Rinieri e abbraccianlo, dicendogli ciò che santo Francesco aveva loro imposto. Onde tanta consolazione e dolcezza gli fu nell'anima, che quasi egli usci di sé; e ringraziando Idd