Vivevano in gran numero, sul finire del quinto
stato della Chiesa, giumenti di lascivia, rettili di avarizia, bestie di
superbia e, a causa di costoro, la vita della Chiesa pellegrina era tutta
deturpata e perciò corrosa dalla turba ipocrita dell'eretica empietà.
Ma sebbene il geloso Gesù fosse ripieno di sdegno
contro la malizia della Sposa, che in gran moltitudine deviava dietro gli
adulteri, non trattenne però nell'ira la sua misericordia, e destinò un
ultimo appello per la Chiesa del quinto stato, suscitando in mezzo ad essa
uomini di sublime verità, i quali estirparono ogni avidità, sterminarono la
voluttà, ricusarono le dignità, e avevano in orrore la doppiezza,
difendevano la verità, erano ardenti di carità, rinnovatori dell'onestà e
imitatori in modo tutto speciale di Cristo Gesù.
Costoro, con l'esempio della loro vita portarono un
fortissimo attacco contro la Chiesa deformata, mediante la parola della
predicazione eccitarono il popolo alla penitenza; con prove evidenti
trafissero l'eretica malizia e con l'intercessione della preghiera placarono
l'ira divina.
Tra questi, a similitudine di Elia e di Enoch,
splendettero specialmente Francesco e Domenico. Il primo, purificato col
carbone serafico e infiammato d'ardore celeste, sembrava incendiare tutto il
mondo. L'altro invece, come cherubino disteso e proteggente, luminoso per luce
di sapienza e fecondo per la parola della predicazione, risplendette
luminosissimo sopra le tenebre del mondo. Queste virtù caratteristiche
ciascuno le trasfuse all'inizio nei suoi figli, anche se si deve rilevare che
in ambedue splendore e ardore si congiungono nell'abbondanza dello spirito.
Ma poiché tutto il male del quinto stato consisteva nella
depravazione delle varie forme della vanità, la quale trae incitamento dalla
avidità e abbondanza delle cose temporali, perciò colui che escluse più
radicalmente da sé e dalla sua Religione le cose temporali, questi viene
proclamato riformatore principale di questo stato.
E poiché è in lui che inizia il sesto stato
della Chiesa, e in lui deve avvenire la riforma della vita di Cristo si può
affermare che egli è stato prefigurato per mezzo del primo uomo che Dio, con
libera decisione, dopo le opere dei primi cinque giorni, creò a sua
immagine e somiglianza perché dominasse su tutte le cose. Sia
però chiaro: non si vuole con questo affermare che i santi del sesto stato
siano superiori agli Apostoli, i quali, a motivo della indivisibile sequela di
Cristo, devono essere eccettuati da ogni paragone con tutti gli altri; e tra
di essi va annoverato Domenico nella riforma spirituale e nel disprezzo
universale, pieno e perfetto delle cose terrene. Ma sebbene ciascuno di questi
due Santi abbia calpestato pienamente e perfettamente il mondo e abbia
comandato ai propri figli di calpestarlo, tuttavia, poiché' abbiamo ora
incominciato a trattare di colui la cui forma di vita è ora presa
particolarmente di mira da coloro che corrompono la vita evangelica, e dal
principio fu più fortemente impugnata dai subdoli maestri che screditavano
l'altissima povertà, perciò rivolgeremo la nostra attenzione unicamente a
lui perché di lui si può affermare in maniera tutta speciale che fu segno di
somiglianza della vita di Cristo sia per la sua condotta, sia per il fastigio
della contemplazione, sia per il miracolo della ammirazione, sia finalmente
per il privilegio della sua configurazione nelle piaghe della santissima
passione di Gesù Cristo.
FRANCESCO IMITATORE DI CRISTO
NELLA SUA CONDOTTA
Se parliamo della sua condotta, chi potrebbe
narrare degnamente con quanta fedeltà e somiglianza si studiò di imitare la
vita mortale di Cristo? Tutto il suo impegno pubblico e privato mirava a
questo: rinnovare in se stesso e negli altri le orme di Cristo, coperte e
dimenticate. E questo fu il privilegio speciale di questo benedetto Francesco,
col quale meritò, davanti a tutti e in breve tempo, di donare alla santa
Chiesa la vita di Gesù nella forma comunitaria e durevole del suo Ordine.
Infatti, sebbene i santi apostoli siano stati posti
come speciali fondamenti di questa vita, sopra la stessa somma prima
pietra angolare, Cristo Gesù, sulla quale si costruisce e giunge al suo
apice tutto l'edificio dello stato ecclesiastico; tuttavia, poiché, come è
detto altrove, la sinagoga dovette essere esclusa per la colpa della perfidia
e i gentili non erano idonei a ricevere una vita così eccelsa, lo Spirito
Santo mostrò agli Apostoli che lo stato della perfezione della vita
evangelica non lo si doveva trasfondere nella moltitudine di allora; per
questo neppure imposero alle Chiese da loro fondate l`osservanza di quello
stato di vita che essi avevano ricevuto come comando da Cristo e osservato
totalmente. Questo infatti era riservato al terzo stadio generale di tutto il
mondo, nel quale è rappresentata in modo speciale la persona dello Spirito
Santo, e al tempo dell`apertura del sesto sigillo, cioè al sesto stato della
Chiesa, nel quale si doveva comunicare alla Chiesa la vita di Cristo e si
doveva ritornare al principio della perfezione della vita di Cristo, quasi si
stendesse un nuovo cerchio e un nuovo inizio della Chiesa, riportandosi alla
Chiesa primitiva.
Perciò ti ho già detto più sopra che questo
sesto stato tiene gli occhi intenti in modo speciale sul tempo di Cristo, a
similitudine del quale, nell'apertura del sesto sigillo, Giovanni dice: « Ho
visto un altro angelo che saliva dalI'oriente e portava il sigillo del Dio
vivente >>.
Commentando questo versetto, nel libro sopra l'Apocalisse, l'abate Gioacchino
dice: « Questo è quell'angelo che Cristo, a motivo della sua consonanza con
lui, guarda venire al principio del terzo stato del mondo ». E dunque chiaro
che la illuminazione donata a Gioacchino afferma che al principio del sesto
stato verrà dato al mondo un uomo angelico, quello che Cristo vede concorde
con lui, perché apparirà come uno che rinnova in maniera tutta singolare la
vita di Cristo.
Ed io ho sentito da un solenne dottore di questo
ordine che frate Bonaventura, allora ministro generale e dottore solenne,
presente il predetto dottore che l'ha comunicato a me, nel Capitolo di Parigi
proclamò asseverantemente che egli era certo e certificato che il beato
Francesco era l'angelo del sesto sigillo e che l'evangelista Giovanni aveva
inteso parlare alla lettera proprio di lui, della sua forma di vita e del suo
Ordine, e quando scriveva quelle parole vedeva lui e il gruppo dei suoi figli,
perfetti imitatori di Cristo, in tutte le pagine aperte a quel sesto sigillo.
E questo medesimo frate Bonaventura nello stesso luogo asserì col massimo
fervore, come ho udite da quella persona, se la memoria non mi inganna, che
egli era certissimo di questo a motivo di rivelazioni, punto sospettabili,
fatte a persone tali, che gli era impossibile dubitarne.
Risulta poi a me che scrivo, attraverso molte
testimonianze di santi frati antichi, che tanto al beato Francesco quanto ad
altri suoi compagni -- dai quali la loro vita apostolica allontana ogni
sospetto, per chi guarda con mente non perfida, immonda e disordinata--, fu
chiaramente rivelato, ed essi conobbero chiaramente il fondamento dell'Ordine
e la sua crescita e l'orrenda rovina e il venir meno e la resurrezione
gloriosa di esso, a similitudine della figura solare della vita di Cristo, e
non con una sola ma con innumerevoli e per loro indubitabili rivelazioni, e
così limpidamente che affermavano queste cose con certezza assolutamente
piena.
TESTIMONIANZA DI GIOVANNI DA PARMA
Neppure si deve trascurare la testimonianza di un
santo caro a Dio, di un uomo tra i più perfetti che siano esistiti nel nostro
tempo, da quanto è dato ricavare dai segni esteriori, voglio dire del
santissimo padre Giovanni da Parma, che fu ministro generale di questo Ordine,
dottore chiarissimo, facondo predicatore e di tanta perfezione, quanto ad
austerità, umiltà e carità, sublimità di contemplazione, amore alla
solitudine, fuga d'ogni vanità mondana e consumato dallo zelo divino a motivo
della depravazione che vedeva di questa Religione e della Chiesa, e di così
ferma costanza nell'asserire tale verità, che per essa sopporto
pazientissimamente molte persecuzioni e le umiliazioni più pesanti; ma non
piegato per questo, non tralasciò di asserire col massimo fervore questa
verità davanti a molti pontefici e cardinali, e perciò meritamente e con
piena certezza deve essere annoverato tra gli uomini amanti e serafici e i
più grandi santi della Chiesa, da tutti quelli che sinceramente amano e
imitano Gesù.
Egli infatti, nel fervore dello spirito, sostenendo i suoi
atti senili col vigore della grazia, non della natura, bramava, come uno dei
discepoli di Giovanni evangelista, di congiungere a Cristo l'Asia che era
schiava dell'errore. E per questo motivo, mentre con obbedienza del Papa di
allora si dirigeva verso quelle regioni, giunto nella città delle Marche che
ha nome Camerino, venne chiamato da Cristo Gesù, che aveva sinceramente amato
nella perfetta osservanza del Vangelo, della Regola e del Testamento del beato
padre Francesco, alla gloria celeste. Come prova della sua glorificazione in
cielo, Gesù, che ha cura della gloria degli umili, ha dato al mondo
molteplici testimonianze di miracoli, ed io non ricordo di aver letto di
nessun santo un numero così stragrande di miracoli.
Infatti molti risuscitò da morte, moltissimi salvò dai
pericoli della morte, soccorse con tanta abbondanza ciechi muti, sordi,
feriti, contratti, languenti e soggiogati da tante altre malattie, che, quanto
minore è stata l'approvazione di lui da parte della Chiesa « carnale
»,--che egli rimproverava con parole durissime--, tanto più grande sembra il
potere dei miracoli di cui è provvisto nella Chiesa celeste.
Ora questi affermava con tutta chiarezza, come io
stesso ascoltai con queste mie indegne orecchie, che il sesto sigillo ha
inizio in Francesco e nel suo Ordine, e che l'iniquità della Chiesa deve
consumarsi nella confusione della vita e Regola di lui a causa dei figli che
la trasgrediscono e dei grandi prelati che li favoriscono. Dico di quella
Chiesa che non si chiama già Gerusalemme e Sposa di Gesù, ma Babilonia e
meretrice e impudica, il giudizio della quale renderà luce pienissima della
vita di Cristo e per la condanna della quale nella sesta visione
dell'Apocalisse i santi cantano un Alleluia così solenne.
Credo poi fermissimamente che Gesù, difensore della sua
verità, abbia mostrato così numerosi miracoli mediante l'invocazione di
questo santissimo uomo, perché la verità che egli predicava alla Chiesa
carnale, e che ai figli di Francesco secondo la carne era in grande odio,
rifulga certa a quanti hanno gli occhi della fede, perché, ricevendo da Dio
dal cielo una testimonianza che esclude ogni dubbio, sia osservata devotamente
e con fede ferma.
Infatti io, allora giovane, tutto tremante per le
mie trasgressioni circa l'osservanza della vita promessa, quattro anni prima
della morte di lui, ascoltai dalle sue santissime labbra questa esplicita
parola, mentre fissavo la sua faccia angelica: « Vai --disse--con sicurezza,
o figlio, perché di qui a quattro anni Dio ti manifesterà esplicitamente chi
devi seguire e quale parola di verità si deve osservare inviolabilmente». Mi
trovavo nell'eremo di Greccio, e là quell'uomo angelico, vivendo una vita
angelica, nella festa di san Giacomo, il 25 luglio, mentre ascoltava il mio
lamento, dopo aver confessato i miei peccati, perché non sapevo chi dovevo
seguire--dal momento che sia i prelati della Chiesa che i superiori
dell'Ordine non solo sostenevano il rilassamento della vita, ma addirittura lo
imponevano; ed egli affermava cose del tutto opposte a quelle--, a me che
piangevo ed ero inginocchiato, penso, davanti a lui in luogo segreto, disse
quelle parole che ho riportato.
Quattro anni dopo, circa il 20 marzo, credo, tornò
felicemente al cielo, sempre fermo in quella dottrina. E mentre io vivevo
molto lontano, distratto in tante cose e pieno di tristezza per l'imperfezione
della nostra vita, gravato delI'ufficio dell'insegnamento, il giorno di
Pentecoste, inaspettato, mentre pensavo ad altre cose, venne al nostro luogo
frate Salomone, ministro delle Marche, portando la notizia che Giovanni, il
santo di Dio, era morto e rifulgeva per innumerevoli miracoli. Sebbene la mia
mente fosse occupata in altre cose, e non pensassi minimamente alle parole che
avevo udito da quel santo uomo, all'istante, come se il mio cuore fosse
trapassato da una lancia, mi vengono ritornate alla mente tutte quelle parole
perché seguissi la verità dello spirito di Cristo e, come mi stesse davanti,
le scolpiva nel mio cuore dicendo: « Ecco colui che devi seguire, poiché non
è testimonio di menzogna quel Dio che conferma la mia dottrina con tanta
moltitudine di miracoli ».
Questo sia detto a memoria e testimonianza di quel
benedetto santo uomo, che non dubito di dichiarare lui pure appartenente
all'angelo del sesto sigillo. In verità, io penso che egli sia stato
prefigurato attraverso quell'angelo che a Giovanni, tutto pieno di meraviglia,
mostrò il sacramento della donna e della bestia e la condanna della grande
meretrice, nel capitolo XVII dell'Apocalisse. Ma ritengo che sia ancora
quell'angelo che, nel capitolo XIX, si dice sia disceso dal cielo.
E questi, tra tutti, ebbe un grande potere sia d'osservare
la vita evangelica in mezzo alla turba dei trasgressori, sia di redarguire le
teste durissime di tutti i frati e degli empi; e la terra di tutta la Chiesa,
ch'egli volle fruttificasse per Cristo, fu illuminata dalla gloria e dalla
vita di lui. Questi, nella fortezza dello Spirito, aveva gridato con
insistenza che l'empia Babilonia era scaduta dal vero culto di Dio; e aveva
con tutto il suo sforzo esortato quell'altra Chiesa, di cui abbondantemente si
parla in quel capitolo dell'Apocalisse, ad uscire di mezzo a loro.
Ecco perché sento dire che quei santi imitatori
di Francesco, anzi del Signore Gesù Cristo, che subirono molte persecuzioni a
motivo dell'osservanza della Regola e del Testamento del loro Padre, non
potendo vivere nella osservanza del Vangelo in mezzo a questa Babilonia, egli
stesso li consigliò a riparare in Asia, fino al tempo in cui il pio Gesù si
degnasse concedere alla Chiesa dei riformatori della vita evangelica,
predicendo loro profeticamente che là si sarebbero salvati dalla tempesta.
LA PERFETTA VITA EVANGELICA Dl FRANCESCO
Ma ora ritorniamo alla perfezione del beato
Francesco. Non soltanto testimoni esterni, ma la stessa sua vita perfettissima
dimostra che egli fu l'angelo del sesto sigillo.
Con sintesi vigorosa Ubertino traccia la vita
evangelica di Francesco, quale rinnovazione della vita di Cristo medesimo,
nel segno molteplice: della crocifissione, della profonda umiltà,
dell'estrema povertà, del fervore della carità, del desiderio della
nostra salvezza, mediante il supplizio della sua croce e l'abbassamento e
compassione verso i peccatori e gli afflitti. E richiamando più volte
la sua leggenda ( intendi la Leg. mag. di san Bonaventura) descrive
la sua penitenza, attraverso la quale raggiunse un singolare dominio sulle
creature, I'umiltà profonda per la quale volle essere minimo tra tutti,
rifiutò ogni privilegio, salvo quello di poter osservare il santo
Vangelo e edificare il popolo con Ia sua vita e con l'umile devozione
verso il clero ( ricorda l'episodio del vescovo di Imola), piuttosto che
con l'occupazione di cariche ecclesiastiche. Poi fa una lunga disamina dei
pessimi frutti prodotti dai frati che avevano accettato cariche
ecclesiastiche, riportando a più riprese parole di Francesco contro
quelli che aspiravano a dignità ecclesiastiche. E continua:
...Cose a queste somiglianti diceva ai frati, volendo
tenerli lontani da ogni pompa ecclesiastica e conservarli nelI'umiltà. Quindi
e proprio per questo li chiamò minori perché non presumessero di
diventare maggiori, e non voleva in nessun modo che essi aspirassero alle
prelature. Perciò disse al signor ostiense, suo padre: « Se volete che
portino frutti nella Chiesa di Dio, teneteli nello stato della loro vocazione
e non permettete per nessuna ragione che ascendano alle prelature della Chiesa
».
Qual gran frutto abbiano prodotto quelli che
furono assunti a dignità ecclesiastiche di questo Ordine e`degli altri Ordini
votati alla povertà, lo narrino quelli che hanno sentito, lo dicano quanti
sono stati turbati a causa dei loro eccessi. Infatti il mondo ha conosciuto
fin troppo che essi sono saliti nella dignità, ma discesi nella virtù e,
attraverso molte loro azioni, viene provato che in tale promozione non hanno
cercato tanto la perfezione della vita altrui quanto piuttosto il rilassamento
della propria. Erano astinenti ed ora sono golosi, superbi e amanti del fasto;
loro che erano usciti dal mondo entrando nella Religione, ritornano al mondo
una volta assunta la dignità; arricchiscono i potenti e non si curano dei
poveri, loro che erano soliti con la predicazione zelare la salvezza delle
anime, ora sembrano essere negligenti più di molti altri in questa
preoccupazione, dominati dalla brama di ammassare beni temporali per sé e per
i loro parenti, e quanto più nei loro Ordini erano fin dalla loro infanzia
vuoti di tutto per la povertà, tanto più ora sembrano preoccupati di
riempirsi.
O come era veramente grande profeta Francesco, e quanti
mali ha causato all Ordine questa promozione! Sembra infatti che la
preoccupazione unica di quanti studiano sia rivolta solo a questo, e questa
ambizione sembra ribollire in coloro che hanno una certa sufficienza di
sapere. Perciò vanno per le corti, procurano di dimorare con i prelati, li
adulano, e non soltanto non ricusano ma quasi con tutte le forze, attraverso
vie astute e simulazioni e cavilli, cercano queste cose, e sono pervenuti a
tanto, che sembra avverato quel detto: « Come il popolo così il sacerdote
», e come il chierico, così il religioso ambizioso e volubile. E poiché
è in questo modo che entrano nelle dignità, non è meraviglia se non
edificano ma conturbano.
E' poco quanto ho detto, e viene meno la parola di fronte
alla malizia di questo tempo.
Ma, al contrario, I'umile Francesco, per
conservare profonda umiltà e confondere la futura ambizione, non volle essere
promosso al sacerdozio. Sapeva infatti che fino alla manifestazione del sesto
stato, non si doveva comunicare il regno delle anime per la strada delle
prelature, ma utilmente attraverso lo spirito di povertà.
LA POVERTA' DI FRANCESCO
Ma poiché segno speciale di Gesù Cristo e della
sua venuta furono la predetta verginità, umiltà e povertà, e delle prime
due si è prelibato qualcosa, nella terza, cioè nella povertà, Gesù,
sapienza del Padre, collocò il tesoro nascosto, per comprare il
quale fu necessario vendere tutto il resto, e spinse gli altri col
suo esempio ad osservarli, e decretò che in essa consiste la perfezione
evangelica.
Infatti in essa sta la pietra ferma sulla quale è fondata
Ia casa evangelica, che non deve essere abbattuta dall'urto dei flutti né
spazzata via dall'impeto dei venti e dalle piogge abbondanti, né squassata
dai colpi delle tempeste. Ad essa Gesù consegnò il pacifico possesso del
regno dei cieli su questa terra, mentre alle altre virtù lo promise solo nel
tempo futuro. Invero, coloro che imitano la vera povertà in fervore di
spirito, sono necessitati a vivere dei beni celesti, dal momento che non si
curano dei beni terreni, e gustano nel presente esilio, con dilettoso palato,
le dolci briciole che cadono dalla mensa degli angeli.
Questa è propriamente quella virtù altissima di
Cristo Gesù, nella quale si imprime uno speciale segno di lui per quelli che
si impegnano ad osservarla in tutto l'arco della sua perfezione. Non mancherà
infatti nulla della perfezione a colui che questa virtù sposerà con piena
fede, ferventissimo amore e osservanza inviolabile. Poiché questa povertà
non è soltanto una virtù ma è di tutte le virtù perfezione e regina
Infatti essa sottopone alla sua obbedienza le cime di tutte le virtù e più
di tutte le altre cose configura colui che l'osserva a Gesù, figlio di Dio; e
in questo rinnovamento sta la perfezione di ogni stato
Per questo motivo Francesco, bramoso di
assomigliare a Gesù, fino dall'inizio della sua vita religiosa mise tutto il
suo sforzo nel ricercare la santa povertà e nell'osservarla con ogni
diligenza secondo il modello di Cristo, senza nessun dubbio di cosa contraria,
né timore di cose sinistre, senza sfuggire nessuna fatica, senza evitare
nessun malanno fisico pur di poter godere gli abbracci di madonna Povertà.
Come un esploratore curioso, incominciò a
cercare, a circuire le strade e le piazze della Chiesa e ad esaminare la vita
dei singoli, domandando ad essi quanto amassero la evangelica povertà.
Ma era una parola nascosta, e come parola dal suono
barbarico e sconosciuta a tutti quelli a cui chiedeva; e questi tremavano di
spavento al solo udirne il nome e quasi maledicevano a lui che ne parlava,
dicendo: « La povertà che cerchi, sia solo con te e con i tuoi figli e la
tua discendenza dopo di te; a noi sia concesso di godere dei piaceri e di
abbondare di ricchezza ».
Udendo questa risposta dagli stati comuni ( cioè
dagli uomini del popolo), Francesco disse a se stesso: « Me ne andrò dai
loro capi, i pontefici e parlerò loro. Essi conobbero la via del Signore, e
il giudizio del loro Dio; forse costoro sono uomini del seguito, ignobili e
stolti, che non conoscono la via del loro Signore Gesù ». Ma proprio i
pontefici risposero con più durezza, dicendo: « Che cos'è questa nuova
dottrina che scagli contro i nostri orecchi? Chi può vivere senza possessi di
beni materiali? O forse tu sei migliore dei nostri padri, che ci diedero delle
ricchezze temporali e possedettero chiese gonfie di cose temporali? Che
significa quello che la povertà chiama moderazione? Non sappiamo di che cosa
parli ».
Francesco, meravigliato ed ebbro dello spirito di
povertà, si rivolse alla cura dell'orazione e incominciò a invocare Gesù,
maestro di povertà: « O Signore Gesù, mostrami le vie della tua
dilettissima povertà. So che nel Vecchio Testamento, che è figura del nuovo,
promettesti a loro: Ogni luogo che il vostro piede avrà calcato, sarà
vostro, calcare significa disprezzare: la povertà tutto disprezza, e
perciò è di tutto regina. Ma, Signore mio, Gesù pio, abbi misericordia di
me e di madonna Povertà. Infatti anch'io languisco per amore di lei, né
posso riposare senza di lei, Signore mio, lo sai tu che me ne innamorasti. Ma
anch'essa siede nella tristezza, rigettata da tutti. E' diventata come
donna vedova la signora delle genti, vile e disprezzabile, mentre è la
regina delle virtù, e si lamenta sedendo sui rifiuti, perché tutti i suoi
amici l'hanno disprezzata e le sono diventati nemici, e da tempo si
dimostrano adulteri e non sposi. Guarda, Signore Gesù, poiché la povertà in
tanto è regina delle virtù in quanto tu, lasciate le dimore degli angeli,
sei disceso sulla terra per poterla sposare a te con amore perpetuo e generare
in essa e da essa e per mezzo di essa tutti i figli della perfezione.
Essa si strinse a te con tanta fedeltà che fin da
quando eri nel seno della madre incominciò il suo ossequio, poiché, come si
pensa, avesti il più piccolo tra i corpi animati. Quando uscisti dal grembo,
t'accolse nel santo presepio in una stalla e, mentre vivevi nel mondo,
talmente ti lasciò privo di tutto che ti fece mancare anche di un luogo ove
posare il capo. Ma ancora, come fedelissima consorte, mentre eri intento alla
battaglia della nostra redenzione, t'accompagnò fedelmente e ti fu vicina
come unico armigero; nella stessa lotta della passione, mentre i discepoli si
allontanavano e rinnegarono il tuo nome, essa non si allontanò chè anzi
allora te, con tutto il seguito dei suoi principi, unì ai fedeli. Di più,
mentre la tua stessa madre, che però essa sola allora ti amò fedelmente e
con affetto pieno di dolore e fu unita a tutte le tue sofferenze; mentre
dunque la tua stessa madre, per l'altezza della croce era impotente a
toccarti, madonna Povertà con tutte le sue penurie, come un donzello a te
gratissimo, stette a te più che mai strettamente abbracciata e congiunta
intimamente al tuo dolore. Perciò né si preoccupò di levigare la croce, né
di fabbricarla secondo il costume rustico, e neppure fabbricò gli stessi
chiodi in numero sufficiente per le ferite, come si crede, né li appuntì e
rifinì, ma ne preparò tre soli, rudi e aspri e storti per aiutare il tuo
supplizio. E mentre morivi per l'arsura della sete, lei stessa, fedele sposa,
intervenne perché non potessi avere neppure una goccia d'acqua, ma tramite
empi satelliti confezionò una bevanda di tale amarezza che potesti soltanto
assaggiarla ma non berla. Perciò nello stretto abbraccio di questa sposa
rendesti la tua anima.
E neppure essa, sposa fedele, fu assente alle esequie della
sepoltura, né permise che avessi nel sepolcro, in unguenti e lenzuola
qualcosa che non fosse preso a prestito da altri. Non fu neppure, questa
santissima sposa, assente alla tua resurrezione, perché, risorgendo
gloriosamente nel suo amplesso, lasciasti nel sepolcro tutto quello che era a
prestito e a caso. E la portasti con te in cielo, lasciando ai mondani tutte
le cose del mondo. In quel momento, Signore hai lasciato nelle mani della
povertà il sigillo del regno dei cieli per segnare gli eletti che vogliono
procedere sulla via della perfezione.
Chi non amerà questa madonna Povertà più di
tutte le cose? Ti domando di essere segnato con questo privilegio; bramo di
essere arricchito di questo tesoro ti chiedo con insistenza che questo sia
proprietà mia e dei miei in eterno, o Gesù poverissimo, per il tuo nome: di
non poter possedere nulla sotto il cielo, e che la mia carne, finché è in
vita, possa essere sostenuta con cose d'altri, usandole soltanto con penuria
».
Il [Signore] piissimo acconsentì alla preghiera di lui, e
immise nel suo affetto e rivelò alla sua intelligenza l'altezza della
povertà e gli concedette di osservarla con pienezza d'amore, e volle per
singolare privilegio, non concesso ai santi che lo avevano preceduto, che egli
potesse trasfonderla nei suoi seguaci, perché questo fosse il segno
distintivo della sua Religione: di non potere possedere in eterno come proprio
nulla sotto il cielo, ma di vivere con uso stretto delle cose degli altri.
E poiché Francesco non volle disgiungere la santa
compagnia di madonna Povertà e della persecuzione del mondo, che Cristo aveva
avuto come sposa legittima, ma piuttosto amarle insieme con uguale, anzi unico
amore, dal momento che quasi non sono due ma una cosa sola, perciò, per poter
possedere pienamente il regno dei cieli, che è donato a loro due, volle
rinunciare a tutto ciò che può allontanare i persecutori. Per questa
ragione, poiché il diritto dei privilegi e vanifica la povertà e annulla la
persecuzione, attuando così il divorzio di questo santo matrimonio, non volle
nessuna bolla, nessun privilegio, se non questo soltanto: che la sua povertà
non venisse macchiata in nessuna maniera. Ed ora geme per essere stato
spogliato di esso subdolamente nel modo di vivere dei suoi posteri.
Infatti questa Religione discese da Gerusalemme a Gerico
ed incappò nei ladri che la lasciarono non tanto semiviva ma del
tutto morta e, già fetida per la corruzione di quattro giorni, la chiusero
nel sepolcro e si gloriano furenti di pazzia per tale possesso.
Il Santo aveva previsto questa rovina, che aveva
cercato di evitare durante tutta la sua vita. Infatti, narra la sua leggenda
che questo offendeva il suo sguardo più d'ogni altra cosa, se vedeva nei suoi
frati qualcosa che non era perfettamente consono alla povertà. Insegnava ai
frati che, secondo il costume dei poveri, dovevano costruire case poverelle in
cui abitassero non come fossero di loro proprietà ma d'altri, come pellegrini
e forestieri; e significa che, se quelli volevano poi scacciarli, non dovevano
fare loro resistenza con nessun diritto, proprio o d'altri, nessun motivo di
proprietà, nessuna astuzia, nessun ritardo, ma come lasciassero cose che
erano propriamente di altri, con piena fiducia in Dio, ritenendo d'essere
chiamati dallo Spirito Santo in altri luoghi per suoi occulti disegni anche
attraverso l'odio dei persecutori.
Questa è ]a ragione per la quale la povertà e la
persecuzione temporale sono sorelle e ad esse sono consegnate le chiavi del
regno dei cieli non soltanto come promessa ma come possesso; la persecuzione
temporale infatti può portar via tutto il mondo, ma la povertà evangelica
non può difendere nulla di ciò che è del mondo. E poiché il Creatore
prudentissimo dispose che nessuna creatura fosse senza il suo posto nel mondo
ma la povertà e la persecuzione non hanno in proprio nessun luogo nel mondo,
perciò assegnò ad esse le dimore celesti.
Certamente l'uomo animale non capisce queste cose,
né può ascoltare queste cose colui che con la sua vita falsa causa macchia a
madonna Povertà, o colui che porta forzatamente la sua compagnia oppure
rigonfia con inganno l'uso povero; ma coloro che hanno lo spirito di Cristo,
il quale insegnò ed osservò la povertà, le capiscono e gioiosamente le
osservano.
Si narra nella leggenda del Padre che egli
comandava di abbattere le case già costruite e che tutti i frati uscissero da
esse, se vi scorgeva qualcosa che o per motivo di appropriazione o per motivo
di spesa fosse contrario alla povertà evangelica. Proclamava infatti che
questa era il fondamento del suo Ordine e che in essa così si innesta la
struttura della Religione, che rimane solida se essa è solida, rovina del
tutto se essa è scalzata.
Quali dolorose conseguenze derivano dalle cose qui dette!
Se le parole del padre santissimo sono vere, anzi poiché dubitare di esse è
per i figli come essere eretico nei riguardi della Regola, consegue che con
dolore vediamo che la Religione è rovinata anziché ferma. Infatti la
povertà è come scomunicata con tutte le forze dai singoli luoghi. Ed è
questa una cosa evidente agli occhi del mondo, che in ogni città, in genere,
i palazzi più sontuosi e i luoghi più curiosi e più vasti e più insigni
per mondana vanità sono quelli che vengono costruiti da questi poveri!
Queste sono le parole e i pensieri che un certo
santo dottore, professore di questa santa povertà e zelatore infaticabile di
essa, inserì in un certo trattato che egli fece sulI'argomento della alleanza
della povertà (commercium paupertatis), gemendo anch'egli per i mali
che vedeva; e tuttavia, se paragonato alla situazione odierna, si direbbe che
era un niente quello ch'egli aveva potuto vedere.
Infatti, come una pesante pietra da mulino gettata in mare
discende con rapidissima corsa verso il fondo, così dal tempo di quel dottore
risalendo verso di noi, il peso dell'amore delle cose temporali ha trascinato
verso il fondo tale moltitudine di questo Ordine, che ormai non ritengono più
un male l'allontanare la povertà ma, all'opposto, giudicano empietà e
apostasia avere zelo per la vera povertà. Perciò, se qualcuno parla contro
gli eccessi palesi riguardo alla povertà, soprattutto se si fa giudice dei
trasgressori di essa, viene ritenuto nemico pubblico. Questo dico se si parla
di quella povertà che viene rivelata dalla perfezione della professione, e
che quindi toglie tutto di mezzo .
Dice dunque quell'uomo santo, introducendo madonna
Povertà a lamentarsi della rovina: « Sono sorti di mezzo a noi alcuni che
non sono dei nostri, figli di Belial, che parlavano cose vane ed operavano
iniquamente, dicendo di essere poveri, mentre non lo erano, e coprirono di
insulti me, che quegli uomini gloriosi avevano amato con tutto il cuore, e mi
resero immonda, seguendo la via di Balaam di Bosor, il quale amò la
mercede dell'iniquità. Uomini corrotti nella mente, e estranei alla verità,
che stimavano fonte di guadagno la pietà, uomini che si vestirono sì con
l'abito della Religione ma non indossarono il nuovo uomo, ma piuttosto avevano
camuffato il vecchio. Denigravano i loro padri, e nel segreto mordevano la
vita e i costumi di coloro che erano stati gli istitutori di questa santa
forma di vita religiosa, tacciandoli di indiscreti e senza misericordia, e
proclamando me, che essi avevano scelto a compagna, oziosa, insipida, turpe,
senza decoro, dissanguata e morta ».
E molte altre cose dice quel santo dottore per provocare al
pianto sulla rovina della povertà che vedeva prossima.
Ma ora non abbiamo bisogno di mutuare parole di
altri, perché non soltanto gli amatori della povertà sono provocati al
pianto con le opere esteriori, ma generalmente gli uomini del mondo sono
riempiti di scandalo a motivo del loro malesempio, e i ricchi e i potenti ne
prendono motivo di riso osservando che vogliono farsi chiamare poveri mentre
si abbandonano a tali eccessi.
Ma ritorniamo alla povertà del Santo. Egli era solito
chiamarla ora sposa, ora sorella, ora madre, ora signora, ora regina. E
poiché amava la povertà con così piena fiducia, Dio che è la provvidenza
dei poveri, soccorse con tanta sufficienza alla penuria di Francesco, che,
mediante molti miracoli, non gli mancò mai il cibo e la bevanda, quando era
evidente che tutto era venuto a mancare al potere del denaro, del lavoro e
della natura.
Quale sia stata l'intenzione di Francesco circa
l'osservanza della povertà, lo dichiarò lui stesso quando a frate Rizzerio
della Marca, uomo santo e nobile e molto caro al beato padre, che lo
interrogava riguardo alla povertà, il padre santo, che allora giaceva nel
palazzo del vescovo di Assisi, debole e infermo di quella malattia di cui
morì, diede questa risposta. Ed io qui riporto le sue parole, come le scrisse
di sua mano col suo stile il santo padre Leone, compagno più abituale del
beato padre.
Lo interrogò dunque così frate Rizzerio sull'osservanza
della Regola, in merito all'articolo della povertà..........
Da quanto abbiamo riportato risulta chiaramente
che Francesco fu perfettissimo zelatore dell'altissima povertà, di quella
povertà cioè che si deve chiamare veramente evangelica. Ma ancora risulta
chiaramente che fino da allora cominciò a prolificare la radice di ogni male,
che è ora cresciuta nel suo pessimo frutto.
Quale grande dolore sarebbe derivato al suo cuore paterno,
se avesse visto con gli occhi del corpo i mali dei nostri tempi! Ma li vide
nello spirito e ne fu pieno di tristezza; e questa fu la causa, come si vede
chiaramente dalle cose riferite, per cui rassegnò le dimissioni dal governo
dei frati, perché sentiva di non potere impedire il corso della futura
rovina. In quale maniera tutto questo fosse conforme a un disegno della divina
Provvidenza, lo diremo in seguito, per quanto Gesù ce ne darà la capacità.
L'ARDORE DELLA SUA CARITA'
Come poi Francesco, l'amico dello sposo Gesù, si
studiò di conformarsi allo stesso Gesù nel fervore della carità e nel
desiderio della salvezza dei fratelli, risulta manifestamente da questo fatto:
che dal principio della sua conversione fino alla fine, sempre crebbe, come
fuoco, nell'ardore dell'amore a Gesù. Infatti, sospinto dallo Spirito Santo,
infiammava sempre di più il camino del suo cuore, e perciò, appena udiva
nominare l'amore di Dio, ne era tutto commosso, impressionato e infiammato, al
punto che sembrava continuamente invocare con la sposa del Cantico: « Sostenetemi
con focacce di uva passa, rinfrancatemi con pomi, perché languisco d'amore ».
E rinfocolava questo suo amore attraverso tutte le creature.
Nelle cose belle scorgeva Colui che è il
bellissimo, nelle cose deboli le infermità che il pio Gesù sopportò per la
nostra salvezza, di tutto facendosi scala per raggiungere il Diletto. Inoltre
si trasformava continuamente con tanta singolarità d'amore nel Cristo
crocifisso, che meritò di essere configurato non solo nella mente, ma anche
nel corpo all'immagine del Crocifisso. Gli mordeva le viscere lo zelo della
salvezza eterna, al punto che non si riteneva amico di Cristo, se non
incendiava d'amore le anime da lui redente. Da qui le sue battaglie
nell'orazione, le sue fatiche nella predicazione, il suo impegno straordinario
nel dare buon esempio....
IL FASTIGIO DELLA CONTEMPLAZIONE
Ma Francesco non trascurava di ritornare, a brevi
intervalli di tempo, nel luogo della solitudine, sebbene anche quando dimorava
tra le turbe, per quanto poteva, giorno e notte si separasse da loro per
abbandonarsi alla solitudine e alla contemplazione. E questa maniera di stare
tra gli uomini e di predicare continuamente l'insegnava anche ai suoi frati.
Per questo motivo, per accondiscendere benignamente ai desideri del prossimo,
volle che i luoghi dei frati non fossero vicini alle abitazioni degli
uomini, perché non ci fosse troppa mescolanza ed essi potessero così
custodire l'amore quieto della contemplazione e della orazione. Voleva così
essere vicino ed estraneo ad un tempo: che i loro luoghi fossero vicini alla
gente e però collocati fuori delle loro abitazioni in posti adatti alla
solitudine. In questo imitò il pio maestro Gesù, che, per dare l'esempio ai
predicatori della vita evangelica, insegnò ad accondiscendere agli altri, ma
in tale modo da salvare i diritti della solitudine.
Si legge che per tre motivi Gesù si appartava
dalle turbe: a volte per riposo di quiete, come nel capitolo VI in Marco,
quando Gesù invitò i discepoli: « Venite con me in un luogo deserto e
riposatevi un poco », altra volta per poter attendere all'orazione, come
nel capitolo VI di Luca, dove è scritto: « In quei giorni se ne andò a
pregare sul monte e trascorse tutta la notte in preghiera »--e perciò
Ambrogio scrive: « ti forma con i suoi esempi ai comandamenti della virtù
»--; altra volta per evitare la lode umana, come è detto nel capitolo VI di
Giovanni quando volevano rapirlo per farlo loro re, dopo il miracolo
dei pani, ed egli si ritirò di nuovo sul monte solo; e così ancora quando
volle insegnare le cose più perfette, come è detto nel capitolo V di Matteo:
« Gesù, vedendo la folla, salì su di un monte ». Con queste azioni,
poiché non nella città o sulle piazze ma su un monte e nella solitudine
sedette a insegnare, ci ammaestra a non fare nulla per mostrarci agli uomini e
ad allontanarci dallo strepito, soprattutto quando si debba discorrere intorno
ai vizi.
IL DECLINO DELL' ORDINE
Tu conosci, o lettore, che Davide profetando disse
che i figli degli stranieri si allontanarono dalle loro strade, sebbene
lo zoppo cammini molto male sulla strada. Non sono dunque figli degli
stranieri questi che non camminano né bene né male per la via della Regola,
questi sono piuttosto figli ribelli e figli di distruzione, anzi più
propriamente leoni in libertà, e quella mala bestia che devastava tutto, al
di là di quanto si potesse pensare, così che non c'è nulla della vita di
Francesco e della Regola promessa che non sia da loro spezzato, calpestato e
divorato.
Scrivo queste parole con tanto doloroso stupore, che mi
sembra che il cuore mi si spezzi e appena so trattenere la mano dallo
strappare tutto e la voce dal gridare. Poiché io che tocco con mano le
realtà più profonde, vedo una così precisa convenienza tra la Regola e la
vita, tra il padre e i figli, quanta ne esiste tra il bianco e il nero, tra
l'agnello e il lupo, tra il giusto e l'empio, tra coloro che convertono le
anime e quelli che crudelmente le sconvolgono. Infatti non soltanto non
vogliono osservare quello che hanno promesso, ma, come più volte è stato
detto e più volte è da compiangere, perseguitano atrocemente quelli che
vogliono osservarlo. E non vedi, se tu hai occhi, che non basta a costoro
andare a zonzo per le piazze, ma ancora vogliono costruire i loro luoghi nel
mezzo delle piazze? Certamente se non tutti sono nelle piazze, non è perché
ne manchi ad essi il desiderio, ma perché non riescono ad avere la meglio per
ivi abitare; ma, dovunque sono, fanno piazza; chiamo piazza o mercato la
moltitudine della gente, poiché strisciano con le mani e con i piedi per
trascinare nei loro luoghi l'afflusso della gente. Né temono nel fare
questo di arrecare pregiudizio a nessun ordine religioso e a nessuna persona.
E evidentissimo che questo procede dalla vanità della mente, in forza della
quale sembra che non cerchino altro che il mondo, la fama e la gloria.
E sebbene dicano che fanno questo per utilità
delle anime, si può loro replicare che è stolta questa utilità degli altri,
se in essa si svuota la propria salvezza e professione. Ma forse che Francesco
non ebbe più zelo delle anime, per dire così, nell'unghia dei suoi piedi, di
quanto ne abbiano costoro o simulino di potere avere in tutta la dissipazione
dell'ufficio che hanno assunto? Ma vuoi vedere la loro falsità? Non è lo
zelo delle anime che li ispira ma la ricerca delle cose temporali, del denaro
e dei favori mondani. Infatti non si mostrano così ai poveri ed a quelli che
non possono fare loro dei doni, né di questi ricercano le sepolture e i
soldi, e nemmeno possono sopportare che si stabilisca nei dintorni dei loro Iuoghi,
altra casa religiosa che insieme a loro procuri la salvezza delle anime. Non
si tratta dunque di zelo delle anime, ma di ricerca di umana cupidigia.
E sebbene dicano molte parole volpine e bugiarde per
coprire i loro difetti--le quali parole tuttavia non hanno nessun riscontro
nella verità dello spirito--, ciononostante essi non possono nascondere la
verità all'uomo che conosca la loro vita e la loro Regola e il santissimo
Testamento e le altre parole che il beato Francesco pronunciò in seguito a
rivelazione divina, senza diventare essi stessi trasgressori della vita
promessa e arrecare vergogna al loro Padre.
Tuttavia né qui né altrove affermo che sia di
necessità di salvezza per tutto l'Ordine osservare il santissimo Testamento e
le altre opere di perfezione che il beato Francesco asserì appartenere alla
perfezione del Vangelo, ma dico con chiarezza e con fermezza che rifiutare
quel Testamento santissimo e non volere osservare le sue ammonizioni, non è
certo osservare pienamente lo stato evangelico ed è indizio di grande
regresso. E perciò da quel momento è cominciato il loro distacco dalla
perfezione, che ora è terminato in una rovina. Sebbene infatti l'osservanza
della Regola secondo le dichiarazioni e gli addolcimenti che procurarono
d'ottenere da molti romani Pontefici, sia un'osservanza sufficiente quanto
alla necessità di salvezza, tuttavia con questi modi non si osserva quella
somma perfezione che il beato Francesco afferma d'avere ricevuto da Cristo e
che egli osservò e voleva osservata dai frati. E però certamente un altro
modo, che può essere chiamato perfezione evangelica, come hanno affermato
quei sommi Pontefici nei loro scritti.
Ma che stiamo a perdere tempo in parole dal
momento che, per giudizio divino, è avvenuto che quanto più hanno chiesto i
rimedi delle dichiarazioni su questo argomento, tanto più andarono verso la
rovina! Per questo dal tempo in cui Nicolò III ha fatto l'ultima
dichiarazione,--nella quale sembrò esporre per quanto gli era possibile la
Regola, adattandola al modo di osservanza che gli era noto al suo tempo--,
come fosse stata appesa al ventre dell'Ordine una pietra da mulino, così in
seguito si immerse precipitosamente, con ogni specie di rilassatezza, nel
profondo del mare.
L'ho toccato con mano io che già da molti anni ero
nell'Ordine. E sebbene avesse ridimensionato molti eccessi, che aveva
osservato a questo riguardo, credendo di curarli tuttavia il rilassamento fu
tale che la medicina diventò mortifera, mentre proibiva qualche cosa con
strettissima censura perché il mondo si guardasse dal mormorare per i loro
eccessi, nei quali essi si erano occasionalmente rilassati. Perciò oggi il
mondo non può ignorarlo, appena confronti i fatti con gli scritti; ché anzi
appaiono trasgressori anche delle loro esposizioni e dichiarazioni e
alleggerimenti.
Ma c'è da stupirsi che si chieda una esposizione
di una lettura così limpida, perché non c'è proprio nessuna difficoltà a
capire la Regola. La difficoltà semmai è in questo: che la loro vita
concordi con quella lettura. E sempre i frati hanno voluto nella vita andare
verso il basso e cercare l'accordo con quella lettura di somma perfezione; ma
questo accordo non hanno voluto raggiungerlo attraverso l'autorità del sommo
Pontefice. E neppure è questo un miracolo sottoposto alla potenza di Dio, non
trattandosi di potere ma di un venir meno e dire falsità, cioè affermare
come vere insieme due cose contradditorie. Ogni uomo che abbia intelligenza
chiara e sappia di grammatica, se assaggia questa vita e legge la Regola,
conoscerà apertamente che come l'essere e il non-essere, così queste due
cose si contraddicono. E perciò traggono un poderoso argomento dalle loro
trasgressioni quelli che affermano che la perfezione evangelica non è ancora
stata data alla Chiesa romana. Ma è un'affermazione falsa perché fu data in
Francesco, ma è stata corrotta nei cattivi discepoli; né deve essere di
nuovo donata, ma deve essere risuscitata dalla potenza e bontà infinita di
Dio.
Infatti è vero che ora si sono mescolati con le nazioni
e hanno imparato le loro opere e servirono i loro idoli, e questi furono per
loro un tranello, e ciò che è più doloroso immolarono i loro figli e
le loro figlie agli dèi falsi; poiché i loro uffici santi sono stati
quasi universalmente convertiti in ricerca simoniaca e adulatoria, e sono
stati così immolati agli dèi falsi, cioè alle piazze, dove oggi per lo più
i religiosi costruiscono i loro luoghi.
Non così Francesco, che il perfetto Gesù formò
ad immagine della sua vita, a similitudine della sua condotta, nella perfetta
osservanza del Vangelo, per suo onore e per la salvezza del popolo, nel modo
più perfetto possibile alI'umana fragilità e corrispondente alla misura
della sua grazia. E veramente in lui Gesù può dire: « Il Signore ha
suscitato per me un altro figlio al posto di Abele », perché al posto del
coro degli apostoli immolato col martirio e fondato alI'inizio sulla sinagoga,
Gesù ha suscitato Francesco e la sua forma di vita religiosa nell'orbe
romano.
Così dunque è chiaro come Francesco fu simile al
benedetto Gesù nel fastigio della sua condotta.
FRANCESCO UOMO DI ORAZIONE
Quanto poi sia rifulsa in lui la vita
contemplativa e quanto abbia amato nei suoi l'amore dell'orazione, risulta in
parte da quanto è detto nella vita di lui. Per questo, Francesco, a
somiglianza di Gesù, sentendo d'essere nel corpo in esilio lontano dal
Signore, divenuto ormai all'esterno interamente insensibile ai desideri
terreni per l'amore di Cristo Gesù, pregando senza interruzione si studiava
d'avere sempre Dio presente. L'orazione era la gioia del contemplante, mentre,
già fatto concittadino degli angeli, aggirandosi per le eterne dimore,
contemplava i loro arcani, e con desiderio fremente ricercava il Diletto, dal
quale lo separava soltanto la fragile parete della carne. Intento all'azione,
era lui la sua difesa. In tutte le cose, diffidando delle sue capacità,
implorava con insistente preghiera di essere diretto dal benedetto Gesù. e
con tutti i modi a sua disposizione incitava i frati alla preghiera. Lui
stesso poi era sempre così sollecito ad immergersi nella preghiera che,
camminasse o stesse fermo, faticasse o riposasse, sembrava che dentro e fuori
sempre fosse intento a pregare. Sembrava che dedicasse all'orazione non
soltanto il cuore e il corpo, ma anche I'azione e il tempo.
A volte rimaneva così sospeso dall'eccesso della
contemplazione, che, rapito fuori di sé e fuori dei sensi umani, non si
accorgeva di quanto avveniva intorno a lui. E poiché lo spirito dell'uomo
attraverso la solitudine si raccoglie sulle cose più intime e l'amplesso
dello Sposo è nemico degli sguardi delle folle, perciò, cercando luoghi
solitari, si recava nelle chiesette abbandonate per pregarvi la notte. Là,
pur sostenendo terribili lotte da parte dei demoni, che combattevano contro di
lui corpo a corpo nel tentativo di impedirgli di applicarsi all'orazione,
tuttavia, trionfando di loro meravigliosamente, rimaneva solitario e in pace.
Allora riempiva le selve di gemiti. Alcune volte i frati che l'osservavano, lo
sentivano intercedere con alti clamori presso Dio per i peccatori e piangere
ad alta voce, come vedesse davanti a sé la passione del Signore. Là fu visto
una notte, pregare con le mani distese in forma di croce, sollevato con tutto
il corpo da terra, mentre una nube leggera rifulgeva tutto attorno a lui, a
testimonianza meravigliosa ed evidente attorno al corpo della mirabile
illuminazione che riempiva l'anima. Là venivano aperti davanti a lui gli
arcani segreti della sapienza di Dio. Là apprese quelle cose che scrisse
nella Regola e nel suo santissimo Testamento e quanto comandò ai frati
perché l'osservassero. Infatti, come è certissimamente evidente,
I'instancabile applicazione all'orazione, unita al continuo esercizio delle
virtù, condusse l'uomo di Dio a tanta serenità di mente che, sebbene non
fosse perito per dottrina nelle sacre Scritture, tuttavia, irradiato dai
fulgori dell'eterna luce, penetrava con mirabile acutezza le verità più
profonde della Scrittura. Là ottenne dal Signore un luminoso spirito di
profezia, per il quale ai suoi giorni predisse molte cose future che si
compirono a puntino secondo la sua parola, come viene illustrato attraverso
molte prove nella sua leggenda.
Là in modo singolare ma chiarissimo ricevette la
rivelazione circa la crescita del suo Ordine e la via che Cristo medesimo
voleva che i suoi frati percorressero, e questa via il padre santo
continuamente illustrava ai frati con la parola e con l'esempio. E inoltre là
fu a lui rivelata la strada pericolosa che i frati percorrevano. Ed egli,
finché visse, cercò in tutti i modi di impedirlo, e perfino mentre stava per
entrare nella porta del glorioso Gesù, disteso sul letto della morte, lo
proibì. Inutilmente quanto ai perversi, perché prevalse la loro presuntuosa
e stolta prudenza della carne e malizia ostinata; ma i figli legittimi, alla
luce delle sue parole e del suo santissimo Testamento, anche se ora son pochi,
avanzano sulle orme di Gesù Cristo, sebbene siano molestati con molte
persecuzioni da parte dei figli secondo la carne.
Infatti, questo padre santissimo, quasi un altro
Abramo, ebbe una duplice figliolanza; I'une dalla schiava e l'altra dalla
donna libera. E quelli che sono nati dalla schiava, sono nati secondo
la carne, ed hanno camminato, nella maggioranza dei casi, molto
palesemente secondo la prudenza della carne. Ma quelli che sono nati dalla
libera, sono i figli della promessa, e non dubitano che Cristo non ha
mentito al suo servo Francesco e neppure che lo stesso fedele servo Francesco
abbia mentito in quelle cose che scrisse nella Regola e nel suo santissimo
Testamento. E perciò, avanzando sicuri attraverso l'altezza della Regola e
l'osservanza letterale di essa, non hanno il minimo dubbio che essa contenga
qualcosa di impossibile e impraticabile.
Ma, come allora colui che era nato secondo la carne
perseguitava quello che era nato secondo lo spirito, così anche ora. Non
è infatti meno vero ora di allora che questo Ismaele è cacciatore e lancia
le sue frecce da ogni direzione contro i figli legittimi e osservatori della
Regola mediante persecuzioni, riprensioni, precetti disordinati e sentenze
dure. Ma che dice la Scrittura? « Allontana la schiava e il figlio
di lei, perché il figlio della schiava non sarà erede assieme al figlio
della libera », poiché ad Abramo era stato detto: « Attraverso
Isacco da te prenderà nome una stirpe ».
Noi domandiamo con gemiti del cuore e preghiere che venga
scacciato questo figlio della schiava e illegittimo, quanto all'osservanza
della Regola; non dall'eredità paterna, se volesse camminare nella via della
Regola, ma dalle sue opere perverse e dall'usurpazione di un nome falso e
dalla persecuzione dell'erede legittimo.
Il padre santo previde, nella luce della
contemplazione, tutte queste cose e le predisse con parole chiare e precise.
Così si trova espressamente anche nei detti e negli scritti del santo uomo e
suo compagno frate Leone. Così ho udito da quell'uomo virtuoso e santo, vero
figlio legittimo del Padre, venerato ovunque è conosciuto, frate Corrado da
Offida. Questi per cinquanta anni o quasi, ricco della sola tonaca, corda e
brache, in mezzo a una nazione perversa e corrotta, camminò nella via della
Regola e del santissimo Testamento, senza un lamento, sebbene consti che
dovette sostenere molteplici persecuzioni e inquisizioni dai figli della
carne, quasi fosse un eretico perché osservava la Regola, e sebbene ancora
quanti gemono sui mali del popolo, lo venerino come padre...
Ho ascoltato più volte da questo santo uomo frate Corrado,
che egli stesso quelle cose che ho ricordato e molte altre e di maggior peso
aveva udito dal predetto santo frate Leone e dai santi padri frate Masseo e
frate Cesolo e da molti altri compagni del santo uomo, ed anche lui aspetta
tra lacrime e con desiderio pieno di compassione, di vederle realizzate.
IL SANTO FRATE EGIDIO
Ho udito anche da un gran numero di frati che
avevano vissuto col santissimo padre frate Egidio in grande familiarità, il
pensiero dei primi frati e dei primi padri, che avevano sentito predire dallo
stesso santo padre delle cose che sembreranno incredibili fino a quando non si
saranno realizzate. Infatti, come ha narrato a me con molte lacrime, il santo
uomo caro a Dio, Masseo, cavaliere di Perugia, che da poco è tornato al
cielo, il santo uomo Egidio gridava con alte grida sulla distruzione della
Regola che vedeva con i suoi occhi; al punto che molti, i quali non conoscono
le vie dello spirito, lo ritenevano impazzito; e non avrebbero potuto
sostenere tale dolore, se non fosse stato più volte certificato da Cristo
Gesù sulla fine di questa rovina e sulla resurrezione della Regola santissima
e di tutta la Chiesa.
Chi potrebbe narrare la santità di questo sant'uomo, il
santo frate Egidio? Egli fu il quarto dei frati minori, terzo figlio legittimo
del Padre. Questi dapprima s'adoprò con tanto vigore di opere nell'esercizio
della vita attiva, che veramente, come Marta, sembrava preoccupato
continuamente in molti esercizi di virtù e ministeri di vita attiva
attraverso il lavoro delle mani, la cura dei lebbrosi ed in molte altre opere
umili; ed in esse perseverò fino a quando fu rapito nella contemplazione per
influsso dell'amore di Gesù, al punto che sembrava cittadino del cielo più
che della terra, pur vivendo nella carne. Ho udito da molti, che ne furono
testimoni, che appena si nominava la gloria del paradiso, subito era rapito in
estasi per la dolcezza della gloria celeste.
Questi, quando vedeva qualcuno intento
all'insegnamento o aspirante agli studi, scherzosamente faceva con i pugni
delle due mani una specie di tuba, perché, diceva esplicitamente, lo studio e
la scienza di costoro gli sembravano ordinati a crearsi una vana tuba di pompa
e fama mondana.
Questi, osservando quanta vanagloria molti figli pieni di
ambizione ricavavano dai miracoli del santo padre, disse che aveva impetrato
dal Signore una grazia: che a motivo dei suoi miracoli non venisse eretta
nessuna vana fabbrica, perché non trovasse motivo di gloria la vita vuota e
vana di coloro che si gloriano d'aver avuto dei padri santissimi, dei quali
però non vogliono imitare l'esempio. Infatti a motivo dei segni di evidente
santità di questo beatissimo santo padre Egidio, notissimi a tutto il mondo,
molti frati si aspettavano di vedere miracoli simili, o anche maggiori, di
quelli che sentivano operati dal beato padre Francesco. E poiché questa cosa
non gli era rimasta nascosta per virtù dello Spirito, sento dire che egli
rispose quello che ho riferito sopra. E aggiunse che a motivo dei suoi
benefici non costruissero il maleficio di una Chiesa eccessiva contro la
Regola, cioè a motivo dei miracoli che ottenessero dal Signore; anzi, se
fosse possibile, si evitasse con tutte le forze ogni costruzione per non
portare rovina ai santi. Tuttavia, per la indubitabile riverenza che aveva
verso il santo padre beato Francesco, sosteneva che sul suo corpo si dovesse
erigere una chiesa di rilievo, che servisse a insinuare nel popolo, impastato
nei sensi, I'idea della eminente santità di lui. Ma tutti gli altri edifici
li aveva in grandissimo orrore.
Non è però possibile dire brevemente intorno alle virtù,
alla contemplazione e alla quasi continua estasi nella quale perseverò e si
esercitò fino al termine della sua vita questo santo padre Egidio, perché la
sua vita santa richiederebbe un grande volume a parte.
FRANCESCO SIMILE A CRISTO
PER IL PRODIGIO DELL' AMMIRAZIONE
In terzo luogo questo uomo evangelico Francesco fu
simile al benedetto Gesù per il prodigio dell'ammirazione per il quale ben si
addice a lui quel detto dell'Ecclesiastico al capitolo 45: « Lo rese
glorioso come i santi »: gloria dei santi in questa vita e splendore dei
miracoli, nei quali il beato Francesco fu in modo tutto singolare simile a
Gesù.
Per fermarci a quanto è stato scritto, questi, come Gesù
cambiò l'acqua in vino, moltiplicò i pani, e da una navicella
miracolosamente ferma in mezzo ai flutti del mare e poi portata a terra da
lui, ammaestrò le turbe che ascoltavano sulla spiaggia. A lui sembrava che
obbedisse ogni creatura, come ad un comando, quasi che in lui fosse
ristabilito lo stato di innocenza. Ma, per tacere d'altre cose...
FRANCESCO SIMILE A CRISTO
PER IL PRIVILEGIO DELLA AUTENTICAZIONE
In quarto luogo Francesco fu simile [a Cristo] per
il privilegio della autenticazione, per cui si addice a lui in modo tutto
speciale quel detto del capitolo terzo di Daniele: « Il quarto è simile
nell'aspetto a un figlio di dèi ».
Fu egli infatti quarto tra i principali leviti: Stefano,
Lorenzo, Vincenzo e Francesco. Fu anche quarto tra i fondatori degli Ordini:
Benedetto, Agostino, Domenico e Francesco; questo tra i latini, giacché tra i
Greci, il primo istitutore di una Regola fu l'esimio uomo Basilio, e la Regola
di lui sembra avvicinarsi più di ogni altra alla perfezione del Vangelo.
Questo Francesco poi fu vessillifero del sigillo
dell'autorità, del vessillo della operosità, del sigillo della carità...
LA PREGHIERA « ABSORBEAT
DI FRANCESCO D' ASSISI »
Così Francesco con la mente e con la carne
trapassò (fluxit ) interamente dentro le cicatrici scolpite del
Diletto che gli era apparso, e l'amante fu trasformato nell'amato. Come il
fuoco ha potere di distacco e, consumando la materia terrestre, sempre tende
verso le cose superiori, perché è sua natura levarsi verso l'alto, così il
fuoco del divino amore, consumando il cuore di Francesco e incendiando la sua
carne, la infiammò e la configurò trascinandola nelle sue alte regioni.
Così fu compiuto in lui quello che egli chiedeva avvenisse di sé: «
Rapisca, ti prego, o Signore, la mia mente da tutte le cose che sono sotto il
cielo, la forza bruciante e dolce del tuo amore, perché per amore del tuo
amore io muoia, perché tu per amore del mio amore ti sei degnato morire ».
UNA RIVELAZIONE
DEL SERAFINO ALATO E CROCIFISSO
...Perciò si dice che godeva dell'aspetto
grazioso col quale si vedeva guardato da Cristo sotto figura di Serafino,
aggiungendo che Colui che gli era apparso gli aveva rivelato cose che non
avrebbe detto a nessuno finché era in vita. Certamente erano, queste, parte
di quei grandi misteri divini che le orecchie umane non possono pienamente
capire.
Riguardo al terzo dono è scritto: E il nome della
città, ecc., perché allora fu a lui promesso che il suo Ordine sarebbe
durato fino alla fine del mondo e gli fu rivelata la morte e la resurrezione
della sua Regola. E udii una cosa meravigliosa, che affermo senza nessuna
temerità, ma la racconto devotamente ai soli devoti
Ho udito, dunque, dal santo uomo frate Corrado e
da molti altri degni di fede, che il beato Francesco dopo la sua
glorificazione in cielo, rivelò al santo frate Leone,--e si dice sia stato
rivelato anche ad alcuni altri --, che in questa apparizione Cristo predisse a
Francesco le tribolazioni del suo Ordine e della Chiesa e la condanna e
corruzione delle sua Regola e così grande confusione delle menti degli uomini
spirituali e dei suoi figli, a motivo della universale contestazione di questa
Regola, che per loro conforto e luce il piissimo Gesù l'avrebbe risuscitato
nel suo corpo glorioso e l'avrebbe fatto apparire visibilmente ai predetti
suoi figli. Che sarà di questa predizione, si può aspettarlo devotamente, ma
non farla propria temerariamente; tuttavia la ragione può suffragare assai la
devozione: come Francesco fu in modo tutto singolare simile a (`risto Gesù,
quanto alla somiglianza della passione, così potrebbe esserlo anche, più di
tutti gli altri, nell'anticipazione della resurrezione, e soprattutto per
rafforzare la fede e la verità della vita evangelica, che ha voluto rinnovare
in Francesco, la quale soffre da parte della Chiesa carnale in quegli stessi
modi--come si vedrà più sotto--nei quali soffrì la persona di Cristo da
parte della sinagoga, e perciò risorgerà in Francesco che risorge.
2.
« GESU'
STABILISCE LA NORMA DELLA SUA VITA »
...Quanto alla testimonianza celeste che questa
Regola Francesco l'ha ricevuta da Gesù Cristo, ascolta, o lettore, e medita nel
segreto del tuo cuore. Poiché quello che ora dirò proviene dal santo frate
Corrado, che l'ascoltò dalla viva voce del santo frate Leone, che era presente
e scrisse la Regola. E queste stesse cose si dice che erano contenute in certi
rotoli che egli scrisse e consegnò al monastero di santa Chiara perché li
custodissero come memoria per i posteri. In essi aveva scritto molte cose, quali
le aveva raccolte dalle labbra del Padre o le aveva viste nelle sue azioni, tra
le quali sono contenute le cose meravigliose e degne di ammirazione operate dal
Santo, quelle che riguardano la futura corruzione della Regola e la futura
rinnovazione di essa; così pure cose meravigliose circa l'istituzione e la
rinnovazione della Regola da parte di Dio e circa l'intenzione del beato
Francesco quanto all'osservanza della Regola, la quale intenzione egli stesso
diceva d'averla ricevuta da Cristo. Cose queste che industriosamente frate
Bonaventura ha omesso e non volle scrivere pubblicamente nella sua leggenda,
soprattutto perché c'erano tra esse delle notizie che dimostravano apertamente
come già da allora si erano prodotte delle deviazioni dalla Regola e non voleva
diffamare i frati davanti alla gente prima del tempo. Ma è chiaro che sarebbe
stato molto meglio se le avesse scritte, perché forse non sarebbe seguita poi
così pesante rovina, soprattutto perché ormai non si osservava quanto dirò
più sotto. Ho sentito con molto dolore che quei rotoli sono stati smembrati e
forse andati perduti, soprattutto alcuni di essi.
Narrò dunque e scrisse questo il santo frate Leone, che
mentre digiunava col beato Francesco sul monte per scrivere la Regola... . . . . .
Allora il piissimo Gesù, preso da compassione per
le sofferenze del Santo e volendo dare una piena conferma per le generazioni
future, gridò con alta voce dal cielo, con tale forza che per la valle e per il
monte fu udita e intesa distintamente quella voce che diceva:
<< Francesco, io sono Gesù che ti
parlo dal cielo. La Regola è stata fatta da me e tu non ci hai posto niente di
tuo. Io conosco l'aiuto che voglio concedere e la fragilità della natura, e,
avendo tenuto presente queste cose, so che la Regola può essere benissimo
osservata, e voglio che sia osservata alla lettera e senza nessuna glossa.
Quelli che non vogliono osservarla, se ne vadano, perché voglio che niente in
essa sia mutato ».
Sentito il tuono della voce di Cristo, il Santo esultò nello
spirito e disse ai frati che stavano nella valle: « Avete sentito, fratelli
miei, il benedetto Gesù? Volete che ve lo faccia ripetere un'altra volta? Ora
vedete chiaramente che la Regola è del nostro Signore Gesù Cristo e non mia, e
che Lui ha posto tutto quello che vi è scritto ».
Spaventati i frati, percuotendosi il petto, abbassano il capo
e chiedono perdono; poi, ricevuta la benedizione, ritornano ai propri luoghi.
Queste cose le attesta quel santo frate Leone, che fu presente a tutto e udì il
Signore Gesù Cristo mentre parlava.
Chi dunque potrebbe ancora rimanere incredulo ? Non
induriamo perciò, da qui innanzi, il nostro cuore riguardo all'osservanza della
Regola, perché Gesù a tutti ha parlato nella persona dei presenti, dando
testimonianza della Regola santa e apostolica. E in segno che essa è una Regola
apostolica, la suddivise in dodici capitoli, quasi nei dodici fondamenti
apostolici e nelle dodici porte per le quali si entra nella vita
evangelica, come nella nuova Gerusalemme discesa dal cielo...
3.
« GESU'
NUOVAMENTE DISPREZZATO »
...Frate Bonaventura nella leggenda accenna appena
di passaggio a queste cose, perché non voleva rendere noti ai lettori gli inizi
dell'antica nostra rovina; ma in questo modo, sebbene l'abbia permesso il
misericordioso Iddio ed egli l'abbia fatto guidato da umana prudenza, offrì
tuttavia una grande occasione alla cecità di molti, perché rimase sconosciuto
il fervido zelo del Santo contro gli inizi della morte .
Riferirò un solo fatto, che udii da relazione certissima
compiuto dal Santo per combattere la ricerca del superfluo e della curiosità
degli uomini.
Frate Elia, -- che sempre appariva come la carne in
lotta contro lo spirito del Santo, sebbene sotto il manto della discrezione e
del bene--, indossò una volta un abito che, per la lunghezza e l'ampiezza, la
grandezza delle maniche e del cappuccio e per la preziosità del panno sembrava
eccedere assai ed essere molto difforme da quella viltà che il Santo aveva
prescritto.
Chiamatolo alla presenza di molti frati, gli chiese di
prestargli quell'abito che portava. Lo indossò sopra il suo e, fatta una specie
di sotto cintura, adattò le pieghe della tonaca e il cappuccio sul capo e su
tutto il corpo, con quei gesti che pensava avrebbero fatto i suoi figli; poi,
col capo studiosamente sostenuto e rigonfiando il petto, incominciò a camminare
con superbiosa maturità e a salutare con un boato di voce i frati, che erano
pieni di stupore davanti a quel suo aspetto, con voce gonfiata e insipida: «
Buona gente, il Signore vi doni la pace! ». Fatto questo, in fervore di
spirito, con segni di ira, ingiuriosamente estraendo quelI'abito, lo gettò
lontano, e disse a Elia, mentre tutti gli altri erano in ascolto: « Così
cammineranno i bastardi dell'Ordine! ». Poi nel suo abito spregevole, corto e
stretto, nel quale, come gli altri primi frati, sembravano dei crocifissi al
mondo, mutato il volto in pia mansuetudine, e cambiati tutti i gesti del corpo
in segni di carità pia e di umiltà profonda, cominciò a passeggiare tra i
medesimi frati e a salutarli con sì grande affetto, donando loro la salutare
pace del Signore, che l'affetto salutare sembrava risplendere nel volto di lui.
E disse ad Elia e agli altri frati: « Questo è il modo di camminare dei miei
frati legittimi! ». Poi si sedette in mezzo a loro e cominciò ad esortarli con
parole efficaci a conservare la sua povertà e viltà e ad aprire la loro mente
sui mali che stavano per invadere e proliferare.